Il caso Centocelle
Centralità della capitale della borgatosfera
Cominciamo col dire che Centocelle è stata da sempre, per chi scrive, la capitale indiscussa della “borgatosfera” di cui ha scritto Valerio Mattioli.
Fin da bambino, e prima che il Piano regolatore generale del 2008 ne sancisse la “centralità urbanistica”, Piazza dei Mirti era già un punto di riferimento almeno per due motivi: le giostre sul marciapiede dove oggi troneggia un McDonald’s; i negozi di calzature agli angoli di Via dei Platani e Via dei Castani dove prendere le scarpe coi buchi. Completano i ricordi di infanzia di fine Settanta, le feste di carnevale nel giardinetto di Piazza dei Gerani, vicino al capolinea dei tram (a proposito, ricordarsi di rileggere “19” di Edoardo Albinati).
Un decennio prima che nascessi, mio padre diciottenne e già operaio, viveva lì ed era seduto dal barbiere quando sentì alla radio dell’assassinio di John Kennedy. Sono anni in cui si completa un secondo ciclo edilizio intensivo, dal 1946 al 1960, dopo la pima urbanizzazione degli anni Venti del Novecento. La popolazione complessiva raggiungerà gli 88.000 abitanti (la maggioranza in affitto), prima di una fase di declino iniziata dagli anni Ottanta, per smantellamento del comparto manifatturiero intorno, che dà luogo a una flessione dei valori immobiliari. Mia madre per esempio, proprio in quel periodo, perderà il lavoro alla fabbrica di televisori Voxson. La popolazione si ridurrà quindi a 63.000 abitanti secondo i dati Istat del 2011.
La decrescita demografica si attesta negli anni in cui chi scrive ha vissuto nel quartiere (nella stessa via dove abitò mio padre, per un caso, se esistesse il caso), non lontano dal Forte Prenestino (Stefano Vannozzi direbbe trattarsi di Centocelle posteriore), realtà e simbolo della borgata “antagonista” e “ribelle”, venendo via quindici anni fa. Oggi gli abitanti sono circa 55.000, a cui vanno aggiunti studenti, turisti, senza dimenticare i cosiddetti city users, non ultimi quelli della movida dei locali.
Prima, nella seconda metà degli anni Ottanta, mentre mi allenavo a pallacanestro al Borgo Don Bosco di Via Prenestina Vecchia, le case non erano diminuite con il progressivo calo delle presenze, ma aumentate. Erano 1869 nel 1971, diventano 2310 nel 1991. Cominciano ad essere affittate a immigrati prevalentemente nord africani che terranno in piedi gli affitti per molti proprietari e realizzeranno la prima moschea di Roma. Oggi le comunità di origine straniera sono di provenienza bangladese, peruviana, filippina, romena e moldava (nel 2018 sono il 17% della popolazione residente).
Un libro sul tavolo e uno in biblioteca
Da molto tempo ho sul tavolo un libro, preso temporaneamente da una cara collega, che non mi decido a leggere. È un libro collettivo che si chiama Centocelle. Racconti di un quartiere che resiste (2022, Roma, Derive e Approdi). Invece ne ho letto un altro, che ho preso in prestito in un posto da scoprire, alla Livio Maitan di Torre Spaccata in Via Elisabetta Canori Mora, una biblioteca privata che aderisce al polo delle Biblioteche di Roma, con prestito gratuito, aperta anche come sala studio per tre giorni a settimana.
Forse ho capito la riluttanza a leggere il primo, per il momento, e la felice intuizione di leggere il secondo, che si chiama L’estrattivismo urbano a Roma. Il quartiere di Centocelle tra gentrificazione e rendita, 2024, Siracusa, Lettera Ventidue, pp. 92, del ricercatore Luca Brignone.
Sono due testi profondamente diversi, ma se “un quartiere che resiste” collude con la mia parte sentimentale, che ha anche il rischio di mitizzare Centocelle, “Estrattivismo” mi ha fornito una lente per leggere i cambiamenti sociali e urbanistici del quartiere negli anni, mettendo in discussione punti di vista e invitandomi a guardare i fenomeni in modo più completo. Tutti i dati citati fin qui li ho ripresi da quelle pagine. L’approccio di ricerca tiene insieme l’analisi quantitativa e il ricorso e un approccio di osservazione sul campo attraverso l’integrazione di varie discipline di ricerca.
Gentrificazione, rendita urbana ed estrattivismo
Secondo l’autore la sola categoria di gentrificazione*, non spiega il fenomeno Centocelle, ma devono essere messi in risalto altri aspetti correlati ad essa che la arricchiscano e la contestualizzino.
In una crisi della città contemporanea che dà luogo a una periferizzazione generalizzata, con radici nel modello urbano neoliberista, Centocelle ha una sfumatura diversa. È una periferia storica, al confine tra la città compatta (dentro e fuori alle Mura aureliane e fino al Suburbio) e la città diffusa (la costellazione sparsa di insediamenti commerciali e residenziali), con conseguenti aspetti di attrattività.
Nel quartiere sono presenti identità e tradizioni ormai, come in centro, ma in una dimensione popolosa e “popolare”. Si leggano in tal senso: l’importanza archeologica (comune a tutta Roma, periferia o centro che sia), la storia dell’Agro romano, alla storia dei trasporti pubblici (il passaggio delle ferrovie Vicinali, con la sua stazione che ne resta simbolo). In tempi più recenti il riferimento alla Resistenza, alla passata presenza operaia, alla vivacità politica degli anni Settanta, allo sviluppo di sottoculture e controculture, alla ristorazione d’eccellenza contemporanea e le sue narrazioni.
Se gentrificazione c’è, ha caratteristiche mediterranee che risentono del welfare di tipo familiare (per cui le case sono spesso passate da nonni a nipoti) e dell’alto tasso di immobili di proprietà. Due fenomeni che hanno di molto rallentato l’espulsione della popolazione precedente. La gentrificazione inoltre, non viene guidata da una presenza proprietaria monopolistica, ma viene caratterizzata dall’atteggiamento della proprietà più distribuita, se vogliamo, che procede a un adattamento acritico ai processi trasformativi, dettati storicamente dal comportamento classico della rendita immobiliare a Roma. In tutti gli attori, siano essi più grandi o più piccoli, agenzie, società o singoli cittadini, l’idea che sia più vantaggioso o che sia semplicemente l’unico possibile a seconda dei casi, il profitto da rendita immobiliare che non quello da lavoro e da produzione. Anche l’atteggiamento malavitoso segue questo conformismo di mentalità.
Pur vedendo rallentate le espulsioni, Centocelle ha presentato evidenze di processi di “riurbanizzazione selettiva”. Da un iniziale contrazione demografica, dal degrado fisico e di vita in genere, che ha favorito (per sua localizzazione e tradizione) l’insediamento di nuova popolazione: quella dei migranti (che ha sostenuto in una fase di crisi il mercato degli affitti) e quella dei “giovani artisti” e professionisti.
Nel complesso, i nuovi insediamenti hanno contribuito a una riurbanizzazione e, insieme alla riqualificazione urbana che è intervenuta (metropolitana come più evidente), tali trasformazioni e tale aumento di “desiderabilità” hanno messo in atto gli interventi da parte degli attori economici di “cattura del valore”, alla ricerca di “rendita differenziale”.
Tale nuova desiderabilità, è connessa ai temi dell’abitare, ma anche a quelli del frequentare e del “consumare” il quartiere, con relativo aumento della domanda immobiliare. Partecipano a tutto questo, che ne siamo consapevoli o no, che lo vogliamo o no, anche “le pratiche urbane immateriali di produzione artistica e culturale, di socialità di aggregazione”, che sono insieme “motori della valorizzazione economica e “agenti di trasformazione urbana”, “in un rapporto di interdipendenza con le trasformazioni materiali che innescano e dalle quali sono a loro volta influenzati”.
Ecco perché, più che di gentrifcazione, si può parlare di fenomeni di estrattivismo urbano. Concetto di Raùl Zibechi che arriva dalle pratiche di sfruttamento delle risorse naturali del sottosuolo in America, ma che è stato esteso anche a quelle urbane e non solo ai beni comuni materiali di esse. Sono esempi di estrattivismo urbano: la mercificazione del centro storico, i “processi di turistificazione” non solo del centro, la messa a valore consumistica di socialità, pratiche artistiche e culturali dei quartieri interessati da grande affluenza dall’esterno.
Tutto questo compartecipa allo sviluppo di quella particolare categoria economica, differenziata sia dal salario che dal profitto, che prende il nome di “rendita urbana” che ha bisogno anche “di pratiche discorsive e dispositivi retorici” per crescere.
Conclusioni
Così, chi scrive, si è spiegato la scelta del libro da leggere, molto più completo e ricco di quello che ne abbiamo estratto. Bisogna guardare alla capacità di incidere da parte di cittadini, comitati, forze sociali (azione di agency) e nello stesso tempo chiedersi complessivamente a cosa stiamo partecipando. Se alimentiamo insieme veri processi di incontro o socialità o se, inconsapevolmente, lavoriamo per il consumo di beni materiali e immateriali. Non so al momento la risposta e non credo che sia il caso di frenare iniziative culturali e artistiche, ma credo sia importante porsi la domanda. E per questo ancora una volta ringrazio il fatto che esistano spazi come le biblioteche, animate di persone che scelgono libri nascosti, per farceli trovare e aiutarci a riflettere.
