Il cemento inarrestabile
Il cemento inarrestabile
Seguendo la storia delle borgate
Quanto ragionato qui, pur non appartenendo precisamente agli articoli andati sotto al titolo “Dicesi borgata”, prosegue idealmente – in pillole – la storia romana che accompagna la nascita delle borgate fasciste, lo sviluppo tumultuoso del secondo dopoguerra, dove trovano spazio le borgate spontanee e il peso delle borgate negli anni Settanta. Vuole dar conto di alcuni elementi parziali riguardanti il tema della cementificazione, a partir dal periodo dalle giunte a guida comunista (proprio dalla seconda metà degli anni Settanta), fino al 2021.
Come al solito chi scrive lo fa a seguito di una lettura, riprendendo una guida sui generis dell’Urbe molto interessante, appartenente a una serie che accompagna il lettore in diversi luoghi del pianeta. The passenger. Per esploratori del mondo. Roma, 2021, Milano, Iperborea, pp. 192. Con particolare riferimento a un lungo pezzo lì contenuto di Marco D’Eramo, “La città non così eterna”, pp. 8 – 29.
Un flashback a Ponte di Nona
Mio figlio esce. Ha un appuntamento al grande centro commerciale Roma est sulla Via Collatina. Perché il nome del luogo mi suscita una dissonanza, un disturbo? Non è una questione di traffico, né di affollamento, né di snobismo. È che io quel posto l’ho visto nascere.
Torno con la ferrovia della memoria a Ponte di Nona, in una mattinata di sole. Chi scrive è un giovane consigliere municipale alla metà degli anni Zero, che è diventato per mancanza di candidati del suo gruppo, presidente della commissione urbanistica del Municipio VIII (oggi VI). Da una collinetta vicina, guarda lo scheletro nascente del “più grande centro commerciale d’Europa”, anche se di lì a poco il record sarà scalzato da Porta di Roma. È lì per un sopralluogo, per poter trattare in commissione una bozza di parere consultivo, che chieda di togliere più metri cubi possibili e di aumentare servizi. Ma oramai si trova davanti a un fatto compiuto. Nascerà, un vero e proprio quartiere satellite attorno al pianeta commerciale: Ponte di Nona o, come si indicò allora, Quartiere Caltagirone. Insediamento completamente inserito nel Piano regolatore in definizione in quegli anni, stavolta. Con quelle caratteristiche che stanno per diventare tipiche: insediamento commerciale più case, a ridosso o fuori del GRA.
Ero stato un bambino cresciuto con sani principi democratici. Nella mia immaginazione confusa riguardante i fatti degli adulti, per me il mitico sindaco di Roma Luigi Petroselli e Gianni Rodari erano la stessa persona. Non è che appartenessero a uno stesso periodo storico, questo non sapevo nemmeno cosa significasse. Semplicemente a partire dai discorsi degli adulti e anche dopo le loro scomparse, sovrapponevo i due personaggi o li trattavo come un giano bifronte: uno portava cose belle e servizi in borgata grazie a una partecipazione di massa, l’altro mi raccontava storie divertenti, come quel racconto di un grande gelato ufo che sgocciolava sul Trullo. Come ci ero finito proprio io, bambino rodariano e petroselliano, su quella collina?
La superficie più vasta d’Europa
Non assistevo alla costruzione (sia pure problematica) di quartieri di edilizia pubblica “comunista” come Corviale o Tor Bella Monaca, ma a un nuovo insediamento regolare costruito da un gruppo privato, collocato a circa sei chilometri fuori dal Raccordo. La giunta Veltroni cercava di governare il rapporto con i costruttori storici, confidenzialmente noti con il vezzeggiativo “palazzinari”, dentro al perimetro (ampio) del nascente piano regolatore, per “rammendare” la città. Provando a fare un passo oltre al “pianificar facendo” della precedente giunta Rutelli, che a sua volta cercava di progredire dalla completa deregolamentazione del periodo comunale dei democratici cristiani di rito andreottiano. Ma la ricucitura provocava strappi edilizi con fuoriuscite in spazi ultraperiferici. Dal 2001 al 2007 infatti si ragionò in termini di “compensazione urbanistica” che prevedeva, tra le altre cose, che se costruttori avessero incontrato vincoli nell’edificazione di aree più centrali, avrebbero ottenuto una “compensazione” in un’area meno pregiata. Con il paradosso che i costruttori furono, almeno in parte, spinti a costruire allargandosi.
Roma si confronta da sempre con fenomeni complessissimi. Un abusivismo gigantesco sia di necessità che speculativo, insieme a un lungo periodo, di cui abbiamo parlato, senza piano regolatore che ha dato campo libero ai costruttori. Fino ad arrivare al dato che il 20% del costruito a Roma ha origini abusive.
Già nel 1971, quando Roma all’incrocio tra boom e riflusso tocca i 3 milioni di abitanti, il settore edilizio è già tutto nelle mani di privati. Nel 2021 l’incidenza del pubblico nella costruzione di nuove case è pari allo 0,5% (in un paese il ci pil discende per circa la metà da interventi di spesa pubblica). Le giunte comuniste e di sinistra (1976 – 1985), pur dando impulso a piani di edilizia pubblica, pur intervenendo sui trasporti (realizzazione della linea A della metropolitana) e sulla meritoria urbanizzazione delle borgate, tollerarono l’abusivismo, anche per non rompere il legame con il 50% delle preferenze proveniente all’epoca proprio dalle borgate. Borgate oggi molto più a destra (ma questo è un tema affine ma divagante).
Tollerando l’abusivismo di necessità, di fatto, anche le giunte rosse facilitarono contemporaneamente quello speculativo, fatto pur sempre da ditte che davano lavoro a operai edili. Se non l’aveva spuntata da questo punto di vista il partito comunista italiano, non avrebbero potuto farcela in anni posteriori, per differenti motivi, la giunta di centro sinistra di Ignazio Marino (2013 – 2015) e quella Cinquestelle di Virginia Raggi (2016 – 2021). Giunte che hanno invece operato in maggiore sintonia con la deregolamentazione ovviamente hanno contribuito in maggior misura, ma avevano mire molto meno ambiziose (giunte degli anni Cinquanta e Sessanta, giunte democristiane e pentapartitiche degli anni Ottanta e Novanta, giunta Alemanno degli anni Dieci del Duemila). Un capitolo a parte meriterebbe il peso del piccolo stato del Vaticano sulla proprietà e l’influenza immobiliare a Roma. Si stima che un quarto dei beni siano di quella provenienza, per fare un esempio.
Il risultato di questo piano inclinato (integrato da un tema di funzionamento di alcune parti della pubblica amministrazione) che è passato anche attraverso tre condoni edilizi (governo Craxi 1985 e governi Berlusconi 1994 e 2003), oggi misurabile in ore di sosta nel traffico, è che Roma è la capitale più vasta d’Europa per superficie.
Sono oggi 1287 i chilometri quadrati di Roma Capitale di cui 550 edificati (nel centro storico sono solo 15). Nel 2021 il rapporto è di 71 auto private per 100 abitanti e di 13,7 scooter ogni 100 abitanti. Mentre la popolazione stagna, le costruzioni aumentano (qualche giorno fa, chi scrive ha visto palazzi e palazzi nuovi in Via di Grotta Perfetta, Laurentina). Risultato correlato: salti mortali senza rete per organizzare un sistema di trasporto pubblico efficace, efficiente e capillare. In un momento in cui i bilanci comunali languono, le giunte hanno sempre più la tentazione di scendere a patti con costruttori, sempre gli stessi, schierati come una squadra di calcio a forte pressing: Caltagirone; Toti, Armellini, Parnasi, Mezzaroma; Cinque, Salini, Capolingua; Bonifaci, Scarpellini, Navarra. L’arbitro sta arrivando, è rimasto incastrato in coda.
Mai nessuna giunta mai
La conclusione è semplice. Nessuna giunta del comune di Roma ha saputo o potuto contrastare o frenare lo strapotere industriale romano per eccellenza, l’edilizia. E il tutto non è stato contenuto nemmeno a livello di leggi dello stato, anzi. Ma questo proliferare di occasioni cementizie grandi e piccole, dobbiamo dircelo, ha generato consenso diffuso tra i cittadini. A ricordarci, ancora una volta, che in democrazia nessuno è innocente. Anche se probabilmente le responsabilità dei grandi speculatori e l’inerzia politica (quando è andata bene) hanno avuto un peso maggiore nel dare forma al caos urbanistico.
