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La vicenda del suolo sigillato
Crediti foto: di Jan Kroon: https://www.pexels.com/it-it/foto/foto-a-livello-degli-occhi-di-terreni-coltivati-1000057/
3 Marzo 2026

La vicenda del suolo sigillato

Vorrei tornare in maniera più trasversale su quanto visto in rassegna sulla cementificazione di Roma.

Al Festival di Sanremo appena chiuso Fulminacci ha cantato “Vado di corsa e resto indietro/ E soffia il vento della metro/ Tra le piastrelle colorate/ E le rovine sotto a un vetro”.

Chi scrive crede di essere uno dei pochi romani a non aver visitato ancora la nuova stazione sotterranea della metro c a Colosseo, posta nel cuore dell’Urbe stratificata. Di solito scende prima.

Ho risalito però più volte le epoche storiche della città descritte dalla preistoria a oggi e riportate su pannelli, venendo su dai treni alla superficie, nella fermata San Giovanni. Ho pensato spesso all’archeologia sepolta raccolta nelle teche di vetro all’uscita e alla mia più vasta ignoranza sulla realtà del sottosuolo, non tanto quello storico, letterario (comunque molto migliorabili), non quello metaforico del “terreno di incontro” o del “background” ma quello fisico propriamente detto, dove poggiamo i piedi in miliardi di persone giorno e notte, attirati dalla gravità.

Siamo tutti berlinesi
Quando vuole provare a capire qualcosa che riguarda tematiche veramente vitali ma poco reperibili, chi scrive entra nella biblioteca Livio Maitan, dove trova libri e piste di approfondimento meno frequenti altrove. Stavolta volevo sapere di più su cosa perdiamo davvero cementificando, sfogliando un testo edito da Altreconomia sul suolo.

Ogni anno in Europa viene urbanizzata un’area nuova grande come Berlino, vale a dire 1000 chilometri quadrati, con una progressione di 252 ettari al giorno. Mantenendo questo ritmo l’Italia sarà completamente ricoperta nel giro di due secoli. Uno scenario del genere però, farebbe intervenire una crisi molto prima, per progressiva mancanza di cibo a causa degli inquinamenti del poco suolo rimasto.

Il suolo consumato non è resiliente
Se il suolo ci dà tanto, a partire dal cibo, tanto perdiamo cementificandolo: “Il suolo non è quasi mai resiliente ed è assai raro che riesca a rigenerare le caratteristiche antecedenti lo shock subìto in un tempo anche solo paragonabile a quello speso per degradarlo”. A questo segue in aggiunta “un domino di problematiche ambientali”.

Gli otto “talloni d’Achille” che ne minacciano la salute sono: l’impermeabilizzazione, l’erosione, l’impoverimento della materia organica, la perdita di biodiversità, la contaminazione, la salinizzazione, la compattazione e le frane.

Gli studiosi parlano di land take, per indicare “la sottrazione di coperture naturali (agricole) in favore di coperture artificiali (urbane, infrastrutturali, impiantistiche, etc)”. Mentre la sigillatura a causa di pavimentazioni (di asfalto, di cemento, di piastre o per compattazione dei terreni), si indica con il termine di soil sealing, provoca la perdita di funzione di permeabilità ed è il più pericoloso sottoinsieme riguardante il consumo di suolo, quello “tombale”.

Nei giorni di frequente pioggia dell’ultimo periodo, mentre arrivavano le notizie tragiche del ciclone Harry e della frana di una città a Niscemi e dintorni in Sicilia, pensavo anche a quell’aggettivo, mentre sotto casa aveva i piedi a bagno in un’acqua non assorbita dall’asfalto. Pensavo a “cambiamento climatico”, “frane”, “tombini” e “tombale”.

Il suolo riguarda anche l’aria
Quando l’impiantistica e anche l’urbanistica non considerano fino in fondo l’importanza di questi aspetti, si continua a perdere molto. Terreni agricoli o boschivi che vengono sovrastati da infrastrutture impattanti o urbanizzati, perdono la capacità di stoccare carbonio per il loro equilibrio vitale. Contemporaneamente la perdita che subiscono aumenta il rilascio nell’aria che respiriamo di anidride carbonica. In un tempo che si conta in decenni, evapora dai terreni quanto è stato trattenuto nell’ordine delle migliaia di anni. Insieme alla materia organica dei suoli, si perde anche biodiversità, capacità di accumulo di acqua e sua filtrazione, si compromette la qualità per l’agricoltura, si apre la strada al potenziale inquinamento delle acque superficiali. Mentre aumenta la spesa pubblica per rimediare ai danni, in una rincorsa continua.

Bene comune a chi?
Oggi più che mai lavorare per la pace e la convivenza, significa affrontare il tema delle risorse naturali che spariscono in nome di uno sviluppo che non è progresso, che portano via con sé cose molto grosse, come la perdita di sovranità alimentare, in un intreccio di corruzione e incoscienza che apre la strada a conseguenze conflittuali (nel senso di guerre).

Una cultura che si erga a tutela del suolo è minoritaria. Il caso quotidiano più eclatante ed emblematico letto nelle cronache è quello di un cittadino di Gatteo Mare in Romagna, che responsabilmente ha rinunciato all’edificabilità del suo terreno agricolo. Ma dopo aver messo in gioco i suoi interessi più immediati a vantaggio della collettività, ha dovuto assistere alla traslazione del suo diritto a costruire da parte del Comune a beneficio di un vicino, che non avrebbe avuto requisiti per edificare cementificando. Una rinuncia individuale, non ha potuto avere un riverbero benefico a livello collettivo. Così si alimentano, magari per ottusità burocratica che però nutre pratiche concrete, aspetti distruttivi.

Qualche pragmatico manovratore potrà giustificare cose come queste appellandosi al trionfo della proprietà privata, una formula giuridica per nascondere un eccesso di individualismo cieco alla rovina della specie umana, che compromette le sue risorse per l’esistenza in vita.

A tal proposito forse varrà la pena ricordare che un liberale, costituente, nonché Presidente della Repubblica come Luigi Einaudi, ha invitato i cittadini a contrastare la distruzione del suolo patrio fin dal 1951, sostanzialmente sovrapponendo il concetto di suolo a quello di patria. Difendere il “paesaggio” di cui la terra è componente principale nella nostra Costituzione è una scelta pro patria.

Le tre C
Dondolato da un vagone nel sottosuolo sulla strada di un qualche ritorno, chi scrive ha pensato a quanto sia importante quel movimento che molti studiosi e attivisti ambientali riconoscono come tratto caratteristico del pensiero e dell’azione di Alex Langer, tre c che guidano un percorso virtuoso: acquisire conoscenza, per formare una consapevolezza che alimenti una coscienza. E cercare di fare rete.

Il libro di riferimento
Paolo Pileri, Che cosa c’è sotto? Il suolo, i suoi segreti, le ragioni per difenderlo, 2018, Milano, Altreconomia, pp. 176. Disponibile, appena lo riporterò, nella biblioteca Livio Maitan di Roma.