Romanzo periferico
Da qualche tempo alcuni racconti, romanzi e mémoire dedicati alle periferie romane mi osservano dal mio trabiccolo accanto al tavolo che uso come libreria. La raccolta è del tutto asistematica e sicuramente incompleta, ma mi è sembrato arrivato il momento di cominciare a leggerli. Il primo è Borgata Gordiani, lungo racconto di Aldo Colonna pubblicato da Skira nel 2012.
Il racconto
È uno scritto di una ventina di pagine. La voce narrante è quella in prima persona di un ragazzo di borgata, che racconta l’incontro e le avventure insieme a un gruppo formato da Cola, Limone, Farinacci, Franchino e Pino.
Il protagonista, Cola e Franchino abitano negli unici due palazzi della borgata, fatta per il resto di casupole, in via Labico. Le vicende si concentrano nell’area di Via Formia, via Artena, via Capua, largo Sessa Aurunca e via dei Gordiani. Lampi di storia di ciascun personaggio emergono durante la vicenda, che segue le scorribande dei nostri tra la borgata, le pozze per fare il bagno alla Rustica, il centro, la stazione e il mare di Fiumicino.
La Borgata Gordiani narrata è quella generata dallo sviluppo spontaneo successivo all’insediamento di epoca fascista (1928), dove è presente sia il paesaggio agricolo originario che la trasformazione urbana del dopoguerra. Via Labico sembra ancora oggi uno dei migliori “fossili urbanistici” della zona: il suo tracciato consente di leggere il passaggio dalla campagna delle tenute ottocentesche ai successivi sviluppi urbani. A mio parere, il racconto può essere letto come un romanzo di memoria urbana post-pasoliniana, che utilizza il codice narrativo dei ragazzi di vita come repertorio culturale consolidato, contribuendo a costruire il mito contemporaneo della borgata.
Allo stesso tempo la lettura delle pagine marca in maniera evidente la distanza da un’epoca, da una lingua, da una mentalità e anche da un consolidato urbanistico. Quel pezzo di borgata, in quanto tale, è sparito in molti sensi, con la riqualificazione di una zona che oggi si presenta come paesaggio di villini ristrutturati e il definitivo trionfo dei palazzoni incombenti intorno (venuti in soccorso al degrado della borgata). Già negli anni Settanta Pasolini dichiarava che tornando in quei luoghi non avrebbe potuto ritrovare la condizioni per girare il film Accattone (1961), riconoscendo ormai gli effetti della società dei consumi.
L’autore
Si fa fatica a trovare notizie compiute dell’autore. Aldo Colonna. È uno scrittore, poeta e autore cinematografico italiano. Ha pubblicato poesie e racconti su importanti riviste letterarie italiane, tra cui “Alfabeta” e “Paragone”. Ha inoltre lavorato come critico cinematografico, assistente alla regia dei registi Pupi Avati e Mario Monicelli, ed è stato autore di cortometraggi e mediometraggi. Nella postfazione emergono anche pagine dedicate alle “fraschette” e alle “fogliette (rispettivamente luoghi di vendita e contenitori tipici per il vino in area romana, in particolare della zona dei Castelli), quindi fuor di metafora con l’alcolismo, che collega a episodi specifici della sua vita e di suoi ricordi. In ogni caso a differenza del narratore, Colonna sembra essere uscito dalla borgata e aver girato il mondo.
Prefazione e postfazione
La prefazione del libro è dello scrittore Raffaele La Capria, che sicuramente appartiene a una tradizione letteraria distante dall’immaginario delle borgate romane, a cui l’autore aveva fatto leggere il manoscritto negli anni Settanta. Scrive La Capria “Era l’epoca in cui i ‘ragazzi di vita’ facevano ancora colpo” e “facevano irruzione in una letteratura dove i personaggi provenivano quasi sempre da un mondo borghese più educato”.
La postfazione è firmata dall’autore stesso e ricorda la borgata sparita, l’incontro a 13 anni con Pasolini, impegnato – sotto casa sua – nelle riprese di Accattone (da cui concludiamo che Colonna sia nato nel 1947).
Più tardi comincerà a proporre a Pasolini le sue poesie e a frequentare i suoi ambienti, a frequentare Alberto Moravia e a ritornare in borgata ogni tanto: “Se a volte mi prendono dei dubbi allora salto su quel tranvetto di periferia che mi portava e mi riporta alla prateria”. E ancora “di quel posto rimangono tracce appena leggibili sulle mappe della fantasia” (p.54).
Nella copertina del libro, Pierpaolo Pasolini in giacca e cravatta nel 1960, posa di profilo, mentre sullo sfondo ragazzini giocano a pallone su uno sterrato, incorniciati dai palazzi della borgata Quarticciolo.
Il libro, scritto negli anni Settanta, ripercorre la storia dal decennio precedente e oltre. Il valore del volume risiede proprio nell’intreccio tra racconto, prefazione e postfazione. Tre testi scritti in momenti diversi finiscono infatti per dialogare tra loro, restituendo non solo una storia personale, ma anche le trasformazioni culturali e urbanistiche della borgata. Tutto ciò, insomma, che rende oggi così interessanti e inafferrabili le (ex) borgate di Roma.
Borgate Gordiani
La lettura del racconto suggerisce però una domanda che va oltre il libro: che cosa indicava realmente il nome “Borgata Gordiani”? Per rispondere bisogna distinguere almeno tre diverse realtà urbane. Dagli elementi essenziali che ho appreso, la storia si articola in almeno tre fasi urbanistiche distinte, solo parzialmente coincidenti da un punto di vista dello spazio.
La borgata ufficiale fascista nasce tra il 1928 e il 1930. Fu costruita in adiacenza all’area archeologica di Villa Gordiani, da cui derivò il nome, occupando un settore oggi delimitato approssimativamente da via Prenestina, via Olevano Romano, via Roviano, via Teano e dal margine occidentale dell’attuale Parco di Villa Gordiani. L’impianto era costituito da casette a un piano, povere di servizi essenziali, organizzate secondo un disegno elementare, tipico delle prime borgate ufficiali fasciste (Insolera, Roma moderna). La borgata venne progressivamente demolita tra gli anni Sessanta e il 1980.
Attorno a quella ufficiale, già essa stessa costruita al di fuori del piano regolatore, si svilupperà ben presto una borgata spontanea, formatasi per autocostruzione e lottizzazioni informali tra gli anni Trenta e Cinquanta, lungo la viabilità che divide i poderi circostanti e sui terreni agricoli degli stessi, estendendosi soprattutto nel quadrante compreso tra via Prenestina e via Casilina, lungo gli assi di via Pisino, via Tor de’ Schiavi, via della Marranella, via Romolo Balzani, via Cori, e verso l’odierna area di Centocelle (Carlo Cellamare, Le borgate e l’identità della città; Ulrike Viccaro, Storia di una borgata).
Più che un insediamento unitario, la Borgata Gordiani prende la forma di una nebulosa urbana, che oggi non viene riconosciuta più col suo nome. Un quartiere realizzato nel secondo dopoguerra attraverso gli interventi INA-Casa (in maniera più intensiva tra il 1953 e il 1955), prenderà il nome Borgata Gordiani, pur essendo vicina all’area originaria, si colloca comunque altrove.
Il quartiere attuale con tale nome occupa circa nove ettari ed è delimitato: a nord dalla ferrovia Roma–Tivoli; a sud dal Parco di Villa Gordiani; sviluppandosi lungo un tratto di viale della Venezia Giulia, comprendendo anche via Rovigno d’Istria, via Montona, via Albona e le strade limitrofe, progettato da Mario De Renzi e Saverio Muratori. Nel 1958, furono finanziati ulteriori interventi per l’eliminazione delle abitazioni malsane della vecchia borgata.
