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I sommersi e salvati di Levi
Crediti foto: Cecilia Ferraro, per gentile concessione
6 Febbraio 2025

I sommersi e salvati di Levi

IL TESTO

Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986, 1991, 2003 e 2007, Torino, Einaudi, pp.196.

L’AUTORE

Nato a Torino nel 1919, chimico, scrittore, a volte poeta, nel 1944 dopo essere stato catturato come partigiano e ebreo, viene prima concentrato nel campo italiano di Fossoli e da lì deportato in un campo satellite di Auschwitz, a Monowitz, Polonia. Tra i pochi superstiti, scrive già nel 1947 Se questo è un uomo, che però, inizia a essere letto solo con una nuova edizione Einaudi del 1957, fino a diventare un classico, insieme a La tregua (1963), che è il racconto delle peregrinazioni del ritorno a casa a piedi dal lager. Nel 1986, torna sui fatti con nuove riflessioni, pubblica I sommersi e i salvati. Scrive anche moltissime altre opere che vale la pena leggere (Il sistema periodico, La chiave a stella, Se non ora quando, Ad ora incerta…) Nel 1987 muore precipitando dalle scale della sua casa torinese, con una dinamica che fa propendere più per il suicidio che per un incidente.Nel 1987 muore precipitando dalle scale della sua casa torinese, con una dinamica che fa propendere più per il suicidio che per un incidente.

SINTESI DEL LIBRO

Diviso in 8 capitoli, più una prefazione e una conclusione, che sono altrettanti saggi che guidano per mano il lettore nella materia incandescente della realtà dei lager nazisti, con chiarezza estrema in argomenti tutt’altro che semplici. C’è grande attenzione per la complessità dei fenomeni sostenuta da una lingua potentissima, che sembra governare l’ingovernabile. Non esiste approssimazione, tutto è soppesato e indagato. La riflessione sul passato continua nel presente. In tutta la scrittura si comprende la volontà di comunicare con determinazione sfidando l’estrema insensatezza di quello che è stato, perché ci riguarda e potrà essere di nuovo domani o dopodomani. Primo Levi è sia Dante che Virgilio nell’inferno, è sia condannato, sia cronista, sia guida.

Il testo è un’indagine di comprensione sulla memoria delle vittime e dei carnefici e sul suo funzionamento (“La memoria dell’offesa”); sulla collaborazione di cui ha bisogno un sistema efferato per proliferare (sia dentro sia fuori dal campo), quindi sulla centralità della “zona grigia” (tra il bianco delle vittime e il nero dei carnefici) per il trionfo del potere malefico e arbitrario nella storia. È un libro che affronta il senso di vergogna e di colpa dei salvati, di chi miracolosamente è scampato alla morte (“La vergogna”): sia per il fatto di essere sopravvissuti senza merito, sia per il sovvertimento di valori che hanno visto e vissuto.
il lavoro è anche uno studio (capitolo “Comunicare”) sui modi di comunicazione e le forme linguistiche specifiche del campo di sterminio, dove si parla un tedesco e un polacco imbarbarito che non si parla altrove. Dove Levi si era trovato a barattare parte del pane per lezioni linguistiche di tedesco nei pochi ritagli possibili di un prigioniero francese dell’Alsazia. Pagare con il pane per sopravvivere un po’ di più, comprendendo quanto ti urlano in faccia prima di passare alle vie di fatto.
In un altro capitolo c’è proprio la riflessione sulla “violenza inutile” di stampo hitleriano, la violenza gratuita, i massacri sproporzionati, la mancanza estrema di umanità dei treni piombati senza latrine dei deportati (non solo senza cibo e acqua), la mancanza di cucchiaio per mangiare la zuppa da lappare come i cani, la maniacale attività richiesta per un rifacimento di letto assurdo, nell’assoluta mancanza di dignità generale e specifica della sistemazione nelle cuccette, il tatuaggio all’arrivo. La violenza inutile di un sistema crudele si nutre della disciplina militare, con il solo obiettivo utile di facilitare lo sterminio da parte degli esecutori che hanno a che fare con vittime ridotte a subumani (“musulmani” nel gergo dei campi), fatto che alleggerisce il loro senso di colpa.

In un altro capitolo, “L’intellettuale ad Auschwitz”, Levi indaga sulla differenza di postura tra prigionieri colti e incolti, tra quelli con fede e quelli agnostici. È un passaggio di confronto con le idee del filosofo Jean Amens, suicida e teorico del suicidio. Amens che è sicuro di averlo incontrato durante la prigionia, ma di aver pensato fosse Carlo Levi, pittore e esule, allora noto in ambienti francofoni.

La difficoltà di essere creduti e compresi per i prigionieri furi dal lager emerge nel capitolo “Stereotipi”. Tornano le domande di cittadini e scolaresche: “perché non siete fuggiti?”, “Perché non vi siete ribellati?”, “perché non vi siete allontanati prima di essere deportati?”. Con le approfondite risposte dell’autore.

In “Lettere di tedeschi” Primo Levi riporta momenti di rapporti epistolari con circa 40 persone che gli scrivono dopo l’uscita di Se questo è un uomo in Germania nel 1959. L’autore si chiede e chiede il perché del silenzio e dell’indifferenza, visto che molti sapevano: dalle aziende fornitrici dei lager, fino alle famiglie che ricevevano dai campi scarpe da bambino per la prole.

UNO SPUNTO AUTOFORMATIVO

Il mio amico Massimo Taddia mi ha insegnato (leggendo da Michel Foucault) che nei momenti di grande confusione si deve tornare al neoclassico.
Non solo nei giorni immediatamente più vicini alla ricorrenza della Giornata della memoria, ma periodicamente, torno ai fondamentali di Primo Levi, per ripercorrere la storia e la memoria dei lager e di quello che li ha potuti permettere, anche per leggere nel presente le tracce della “battaglia” hitleriana che si ritrovano nel discorso pubblico di oggi, portate avanti da potenti con la complicità a varie sfumature (dal fanatismo, all’opportunismo, all’indifferenza) della gente comune come me.
Del resto chi scrive era prima bambino e poi ragazzo negli anni ottanta, quando Levi incontrava studenti registrando già all’epoca la distanza dai fatti da lui narrati. I racconti rimandavano solo ai tempi lontani della generazione dei nonni. Chissà se quella smemoratezza dei ragazzi di allora riverbera oggi sui loro figli e nipoti, visto che nel frattempo sembra avanzata di molto nel mondo.

Chissà se è sufficientemente chiaro che la stoffa di cui sono fatti gli aguzzini è esattamente la nostra di “esseri medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi. Infatti “salvo eccezioni non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male”. È avvenuto e “può accadere di nuovo” e quello che può avvenire attende ogni volta “solo il nuovo istrione di turno” che organizzi, legalizzi e dichiari necessaria una nuova marea di violenza. Occorre dunque “affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori”. Essere stufi della guerra e degli stermini e non della pace giusta e poi non collaborare con una nefasta costruzione di male normalizzato, dove categorie di uomini e donne sono degradati a numeri. Primo Levi era il 174 517.