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Dicesi borgata 2
Crediti foto: di Giacomo Defilato, per gentile concessione
26 Settembre 2025

Dicesi borgata 2

Percorrere lo spazio
Qualche giorno fa chi scrive ha assistito alla presentazione di un libro che parla di ambiente. Una relatrice, ecologista romana, che ho immaginato arrivare dalla via Salaria semi centrale ha detto così: “quando ho ricevuto questo invito, ho preso il motorino elettrico e mi sono precipitata. Mi è sembrata subito un’occasione poter venire in un luogo così mitologico come Tor Bella Monaca”. Un’ecologista romana che non avesse mai conosciuto dal vero Tor Bella Monaca, devo dire, mi è sembrata una cosa grossa. Ho capito con un’illuminazione perché Trump trionfi nelle periferie d’America attaccando il green deal.

Mi è subito tornato in mente per contrasto, un altro scooter, con Marco Lodoli a bordo: “è un bel viaggio, dal centro di Roma fino a Ponte di Nona, sono chilometri di strada e di pensieri che vale la pena assolutamente di percorrere. Non si è romani se non si segue l’incessante sviluppo della nostra città, a volte necessario, spesso mostruoso: bisogna visitare i nuovi quartieri, capire come vivono i nuovi romani, come non vivono”. Così scriveva lo scrittore in un articolo del 2011, poi ripubblicato in Nuove isole (Einaudi 2014, pp. 51 – 52). A chi apparisse mitologica Tor Bella Monaca, Ponte di Nona potrebbe sembrare distopica.

Percorrere il tempo
Abbiamo visto nel precedente articolo che le borgate fasciste completate nel 1940 a Roma, furono edificate a causa dello sventramento di parti consistenti del centro storico e, sebbene costruite con fondi pubblici, non furono pianificate urbanisticamente. Altri territori furono interessati da questo stesso fenomeno, anche se generati in maniera differente (Italo Insolera, Roma moderna – nella versione ampliata in collaborazione con Paolo Berdini -, Einaudi 2011. Continueremo a riferirci a questo testo).

Il piano regolatore del 1931 non comprende infatti tutto l’abitato già esistente a Roma, ma prende in considerazione solo 14.500 ettari, a cui si aggiunsero i piani della borgata di Ostia Mare e di Fiumicino. Ma il territorio del Comune di Roma era allora vasto 150.670 ettari e solo la legge urbanistica del 17 agosto 1942 sancirà il principio che “il piano regolatore generale di un comune deve considerare la totalità del territorio comunale”.

Nel 1931 restano fuori dal piano circa 135.000 ettari, che non erano “un inedificato deserto” e in cui sorgevano già diversi insediamenti, “nuclei edilizi” lungo la Casilina, la Prenestina, la Collatina, la Tiburtina, la Cassia, l’Aurelia nuova, la via della Magliana e così via. Nei tre articoli redatti ascoltando i saperi Stefano Vannozzi, abbiamo spesso parlato di date di costruzione e lottizzazione di territori lontani dal centro, a partire dagli anni Venti del Novecento. Ma “Il progetto del piano regolatore ignorava tutto ciò e tantomeno considerava che le borgate e le case sparse al di là dei suoi confini sarebbero andate aumentando negli anni successivi”.

In più, un articolo del piano regolatore – il numero 14 – riguardava le costruzioni extra perimetrazione. Non si trattava di zone inibite all’edificazione (del resto erano già costruite), ma solo spazi dove edificare con procedure diverse, in base a “criteri di massima adottati dall’amministrazione per l’ulteriore sviluppo della città”, che sostanzialmente prevedevano autorizzazioni del Governatorato, caso per caso.

La profezia di Mussolini e la dilatazione di Roma
Secondo Insolera, l’unica profezia avverata di Mussolini, è quella scolpita sul Palazzo degli Uffici all’Eur: “La Terza Roma si dilaterà sopra altri colli lungo le rive del fiume sacro sino alle spiagge del Tirreno”. Da un discorso pronunciato il 31 dicembre 1925 in Campidoglio. In effetti Roma si dilata. Ed è una dilatazione fortemente voluta e accompagnata, sebbene abbia anche tratti che somigliano all’inerzia.

Sarebbe però parziale rimandare tutta la responsabilità del disordine urbanistico di cui è protagonista la capitale nei decenni successivi, solo riferendosi a quella scelta di piano del 1931 e a una variante di piano del 1942 che ha come direttiva maggiore l’espansione della capitale per raggiungere i tre milioni di abitanti in trent’anni. Anche se la continuità di politiche urbanistiche determinate da “forze che in quegli anni si facevano governare da Mussolini” continuarono a governare tali processi anche dopo. Parliamo sia di proprietari che di professionisti (tra tutti Virgilio Testa), oltreché di continuità di ceto politico (negli anni Cinquanta Roma è a guida democristiana con appoggio dei neofascisti). Ma la situazione non muta molto anche successivamente con il Centrosinistra (democristiani e socialisti) negli anni Sessanta. Dopo la guerra 50 milioni di metri quadri di suolo appartenevano a soli sette proprietari (Vaselli, Lanza, Talenti, Scalera, Lancellotti, Società Generale Immobiliare e Gerini). Nei 15 anni dopo la guerra immigrano in città più di 360.000 persone, così da raggiungere i due milioni di abitanti nel 1960. Dal censimento del 1951 emerge che il 6,6% delle abitazioni sono baracche, grotte o sottoscala e che il 21,9% delle famiglie vivono in coabitazione. Mancano, con un calcolo probabilmente ottimistico 106.497 alloggi. Sono gli anni della legge Fanfani del 1949 che con i fondi dell’European reconstruction program e altre entrate, di cui molte statali, dà vita alle costruzioni Ina-Casa in estrema periferia. Abbiamo già citato quello che andò sotto il nome di Torre Spaccata* e quello del Tuscolano*, ma in tutto le realizzazioni furono 9 (anche Valco San Paolo, Tiburtino, Villa Gordiani, Ponte Mammolo, Colle di Mezzo, Stella Polare a Ostia e Acilia), tra gli anni dal 1950 al 1960. Non fu tra l’altro una cattiva urbanizzazione, anzi omogenea e organizzata. Costruiscono anche, per mezzo di piani particolareggiati, privati e cooperative.

Sicuramente l’arrivo di queste astronavi di case in periferia “facilitarono il compito agli imprenditori privati in quanto contribuirono alla valorizzazione dei terreni circostanti”. Erano gli stessi proprietari che avevano ceduto una parte delle loro tenute per la realizzazione di opere di edilizia popolare, proprio con il fine di continuare a sdoganare anche i terreni limitrofi. Tra la costituzione di un Ufficio speciale per il nuovo piano regolatore a marzo 1953 e le varie vicissitudini che portarono al varo del nuovo, si arrivò a dicembre 1962. Ma nel frattempo l’avanzata della città non si arrestò né si pianificò dal basso. In più il piano non si rivelerà così poi tanto regolatore.

Sono anni in cui a fianco delle borgate ufficiali o in prossimità degli acquedotti sorgono baracche o grotte, fino ai piedi dei castelli romani. Da ricordare l’esperienza della Scuola 725 di don Roberto Sardelli tra i baraccati, alle spalle della sua parrocchia di san Policarpo, un’esperienza tra il 1968 e il 1973. Le baracche continuano nel tempo a lasciare posto a nuove case, dove non andranno a vivere i baraccati (a parte in un esperimento a Tor Marancio), che invece si sposteranno altrove. L’espansione più massiccia di case si registra nel settore tra la Prenestina e L’Appia Nuova, con densità mai minori ai 200 abitanti per ettaro.

Oltre all’alto livello di costruzione intensiva, tra il 1950 e il 1975 sorgono del tutto o in parte, i quartieri abusivi di Roma. In un asfittico intreccio di costruzione per necessità e costruzione per speculazione. I nuclei abusivi perimetrati tra il 1976 e il 1977 saranno 84, ma non esauriscono né esauriranno tutto il fenomeno dell’abusivismo romano. Un “abusivismo tanto giustificato e tanto tollerato ad aver sfigurato e compromesso per sempre il futuro di Roma”, secondo Insolera.

La nuova definizione di borgata

La definizione di borgata diventa più complessa. Non è ormai il luogo isolato, staccato dal resto delle case, ma è una realtà conurbata con il resto della città che avanza. Sembra di poter dire che si parla ormai di borgata non riferendosi a porzioni di territorio separate fisicamente dalla città, ma a pezzi limitrofi ma non integrati socialmente ed economicamente con essa. La borgata è ai margini della città, nel senso che è realtà civicamente marginale. Lo scriverà bene don Roberto Sardelli ancora nel 2007, sullo stato di abbandono di alcune periferie nel suo documento Per continuare a non tacere.